mercoledì 20 gennaio 2016

MOSTAR: LA CITTÀ DEL PONTE CHE SANGUINAVA

L’arrivo in Bosnia è stato strano, a darci il ‘benvenuto’ c'erano campi di tabacco, vigneti e… bandiere serbe. Non lo sapevamo però eravamo appena entrati nella Repubblica Srpska, una delle due entità che formano lo stato della Bosnia ed Erzegovina. 


La sensazione era strana ma il peggio doveva ancora arrivare: poco a poco, km dopo km, il paesaggio si trasforma ed ai campi di tabacco si alternano case distrutte, senza tetto, con le cicatrici dei proiettili sulle pareti... case testimoni di una guerra troppo recente. Il primo destino del nostro viaggio in Bosnia ci stava portando in una città che ha sofferto, tanto, la pazzia della guerra: Mostar.

LA STORIA DEL PONTE DI MOSTAR

La storia di Mostar è la storia del suo ponte (stari most = ponte vecchio) che durante secoli uní vita musulmana (bosniaks) e vita cattolica (croato-bosniaci) della città.


Quando la guerrà scoppiò gli abitanti della città, unirono le forze per lottare contro i bosniaci-serbi (religione ortodossa) che volevano concretizzare l’idea di una Gran Serbia, accecati dalla nostalgia di una Yugoslavia unita. Bosniaks e bosniaci-croati vinsero la battaglia: i serbo
-bosniaci furono espulsati da Mostar. Ma fu allora che successe qualcosa d’inaspettato: i due gruppi etnici, che avevano vissuto in pace durante secoli, iniziarono una guerra civile per ottenere la supremazia della città.
 
Lo stari most, il ponte che fu simbolo inequivocabile della convivenza pacifica e dell’armonia tra oriente ed occidente durante centinaia di anni fu bombardato e distrutto dalla milizia croata (HVO) alle 10.15 del 9 novembre del 1993.
 
I testimoni del bombardamento raccontano come il fiume Neretva, uno dei più freddi d’Europa, iniziò a sanguinare, letteralmente: le sue acqua verdi iniziarono a tingersi di rosso. C’era chi diceva che Dio stava castigando la Bosnia anche se c’è una spiegazione empirica a questo ‘miracolo’: tra le pietre usate per la costruzione del ponte c’èra un minerale che, all’entrare in contatto con l’acqua, provocava il rilascio di sostanze rossicce. Spiegazione scientifica a parte, l’immagine di un fiume che piange con sangue l’autodistruzione del suo popolo sembra apocalitticamente azzeccata.


Con il ponte si sbriciolavano le speranze di una pace, ogni giorno, più lontana. Il fiume sembrava gridare che l’unica differenza che importava non era l’etichetta ‘musulmano’ o ‘cattolico’ ma quella tra ‘vivo’ o ‘morto’. Nessuno diede retta a quest’avvertenza e la guerra continuò il suo corso portandosi via migliaia di vite. Oggi, il ricordo di quel grido, è materializzato in un’immensa croce che domina il monte Hum e che si affaccia sulla città di Mostar.


MOSTAR OGGI
 
Son passati 20 anni e oggi Mostar è uns cittadina turistica, bella da far male. Il suo ponte è stato ricostruito con le stesse pietre e i colpi di artiglieria sono stati sostituiti dai click delle macchine fotografiche. 



Il centro della città è un autentico gioiello grazie alle moschee, i negozi degli artigiani, le stradine tranquille e come no, grazie al suo ponte. Da quassú (24 metri!) si ottiene una vista panoramica indimenticabile e... c’è pure chi decide, quando il cappello delle offerte è pieno di monente, di saltare al fiume (pazzi).






Basta però allontanarsi dalle stradine principali per ritrovarsi con le cicatrici di una città che ha sofferto tanto. Muri crivellati dalle armi da fuoco, tetti distrutti, edifici abbandonati. Una parte di Mostar continua a soffrire in silenzio. A pochi metri vedo un gruppo di turisti sorridenti che mangiano un paio di cevapi e brindano con birra fresca. Davanti a loro il ponte di Mostar  sembra un arcobaleno di pietra. Gli edifici si ricostruiscono, sí, ma le persone?


 
DUE GITE IMPERDIBILI

 
Vicino a Mostar ci sono due paesini che meritano una visita: Blagaj, con il suo monastero derviscio che sembra formar parte di un libro di favole orientali e Pocitelji, un antico villaggio dove si fermavano le caravane che viaggiavano tra oriente ed occidente. 



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